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Intervista: “Gli attivisti del design” di Laura Traldi

Notizie — May 27, 2012

Alcuni estratti da un’intervista che ci ha fatto Laura Traldi pubblicata sul Blog design@large della rivista D di Repubblica:

La conricerca operaista si basava sul coinvolgimento delle persone sul lungo termine, per evitare che la loro voce fosse percepita solo come un numero in un elenco statistico. In che senso la vostra ricerca va in questa direzione? Vogliamo continuare a lavorare sull’inchiesta anche a lungo termine. Lo faremo proponendo degli strumenti – come il questionario appunto – che faciliteranno un inizio di riflessione su come fare design oggi. Pensiamo a interventi in scuole, festival ecc. perché vediamo il potenziale di coinvolgere altri designer sia per vedere che risonanza e sensibilità ci sono, sia per ascoltare proposte e punti di vista diversi. Insomma, l’inchiesta è l’inizio di una ricerca più allargata che noi portiamo avanti da settembre in un cerchio più piccolo (il nostro) ma che è fin dal principio pensato e progettato per essere più che un collettivo, un luogo (anche virtuale) di discussione e autoanalisi.

Quante persone hanno risposto al questionario? Finora circa 900, più in Italia che all’estero, ma speriamo di raggiungere cifre più alte per avere dati più completi per tracciare un profilo che dica qualcosa di rilevante su chi siamo, come lavoriamo e come viviamo. Stiamo cercando di diffondere il questionario attraverso i nostri contatti, le varie piattaforme web, social network, blog e riviste.

Perché sentite che c’è bisogno di chiarezza nel mondo del design in relazione alle tematiche proposte dal questionario? Come designer, ci sentiamo profondamente coinvolti nella fabbricazione non solo di oggetti, ma anche di relazioni, processi, linguaggi ed immaginari collettivi. Per questo ci sembra importante chiederci a che tipo di società vogliamo contribuire con il nostro lavoro, che posizione ricopriamo all’interno dell’economia vigente e come possiamo mettere in discussione questa posizione. Ci sentiamo vicini ai discorsi e alle azioni di alcuni gruppi, come i Lavoratori dell’Arte e i Lavoratori dello Spettacolo e delle altre esperienze italiane che si sono mobilitate per la cultura come bene comune. Stiamo aderendo alle iniziative portate avanti dal Quinto Stato, di cui abbiamo sottoscritto l’appello, sia per le proposte concrete sulla riforma del lavoro, sia come volontà di dare voce a categorie sociali e professionalità che spesso rimangono nell’ombra o vengono fraintese, proprio come i designer e, in generale, i lavoratori autonomi. Inoltre, siamo in rete con vari gruppi internazionali come Precarious Workers Brigade di Londra che da anni portano avanti forme di attivismo per contrastare la precarietà nelle professioni artistiche.

Qual è il vostro obiettivo, una volta raccolti i questionari? I dati che otterremo, elaborati con l’aiuto di un sociologo e poi rappresentati graficamente, saranno parte di una pubblicazione che vorremmo fare nei prossimi mesi, per cui cerchiamo finanziamenti e contributi. Questa sarà una prima elaborazione e primo output dell’iniziativa alla quale seguiranno altre azioni. Siamo aperti alle idee che ci verranno dall’analisi dei dati e dei racconti delle persone che ci stanno contattando. L’inchiesta ci darà spunto per ideare, progettare e proporre strumenti per intervenire nella situazione attuale: pensiamo per esempio a delle azioni, un percorso di formazione ecc. La nostra idea è quella di usare i dati raccolti come punto di partenza per sperimentare forme di design che contribuiscano alla costruzione di una società sostenibile: in che modo le strutture di supporto materiali, intellettuali e affettive rendono possibile lo sviluppo di pratiche alternative che facciano nascere un nuovo modello di design? La settimana prossima saremo a Utrecht per il workshop “Organising as an Open Source” di Casco, associazione olandese che si occupa di promuovere attività critica e politica nel mondo delle arti visive. Il workshop è parte della mostra “I Cant’ Work Like This” un ciclo di assemblee critiche, seminari e presentazioni di “lavoratori della cultura” sulle nostre attuali condizioni di lavoro e le diverse pratiche collaborative, multidiscipinari e auto-organizzate che si vanno a opporre e proporre come alternative.

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