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Chiara Alessi intervista il Cantiere

Notizie — February 3, 2014

Nel nuovo libro di Chiara Alessi, “Dopo gli anni Zero. Il nuovo design italiano” c’è anche un’intervista con il Cantiere:

Cantiere per pratiche non-affermative è un gruppo di giovani designer italiani che si sono incontrati nell’autunno del 2011 a Milano, durante una residenza d’artista collettivizzata presso Careof DOCVA, spazio d’arte no-profit nella Fabbrica del Vapore. Da allora, il Cantiere si impegna per fare domande, studiare e sperimentare strutture di supporto per pratiche di design dall’approccio critico.
Il suo ultimo lavoro, “Designers’ Inquiry”, è un’indagine sul profilo sociale ed economico di chi oggi si definisce “designer”. Il progetto è stato lanciato nell’aprile 2012 attraverso un questionario anonimo, compilabile online, che in due mesi ha ricevuto 767 risposte. Un anno dopo, i dati e le testimonianze ottenute dalla Designers’ Inquiry sono state raccolte in una pubblicazione, scaricabile gratuitamente dal sito http://www.pratichenonaffermative.net/inquiry/it/.

1. Il sondaggio che avete lanciato in rete era aperto a chiunque spontaneamente volesse partecipare. Dai profili di chi ha risposto al questionario, che cosa avete evinto rispetto alla professione del designer?
Le otto sezioni tematiche articolate nell’inchiesta hanno ritratto una figura professionale complessa e difficilmente riassumibile senza tralasciare sfaccettature importanti. In generale, possiamo dire che “fare design” sembra essere oggi un mestiere di cui si è profondamente appassionati, e che richiede un grande investimento di tempo e risorse – indipendentemente dai traguardi raggiunti durante la propria carriera. Come molte altre professioni contemporanee tuttavia, è un’attività segnata da condizioni di lavoro precario riassumibili in alcuni punti: un rapporto ore di lavoro-retribuzione non soddisfacente, la tendenza a lavorare in uno stato di isolamento, la necessità di essere supportati spesso da una rete familiare perché il reddito non basta per essere autonomi, la richiesta di grande flessibilità che poi costituisce una discriminante per chi ha figli o altre circostanze che non permettono questa flessibilità. A tutto ciò si aggiunge una generale disinformazione sui propri diritti di lavoratori e la scarsità o addirittura assenza di organizzazioni che tutelino questi diritti.

2. Quali sono le riflessioni più interessanti a vostro parere emerse dai risultati di “Designers’ Inquiry”?
Uno degli aspetti interessanti emersi dall’inchiesta è la diffusa tendenza a considerare il design come uno strumento critico capace di contribuire in modo significativo alla società. Questa consapevolezza è però accompagnata da un continuo senso di disorientamento rispetto alle direzioni che il lavoro del designer (soprattutto in Italia) potrebbe prendere in un momento di crisi economica, sociale ed ambientale.

3. Che rapporto c’è tra istruzione e design oggi? Che ruolo hanno le scuole nella formazione dei designer oggi, secondo l’opinione dei partecipanti all’inchiesta?
Il modello di progettista che viene proposto nelle scuole/università è spesso ancora ancorato ad una realtà che non esiste più. Dall’inchiesta emerge che i designer sono solo parzialmente soddisfatti circa la formazione che hanno ricevuto. I partecipanti infatti da un lato esprimono il bisogno di una formazione che li prepari concretamente ad affrontare la professione, che li aiuti a capire cosa vuol dire guadagnarsi da vivere con questo mestiere. Dall’altro, desiderano un’educazione che li spinga ad essere più visionari e sperimentali, così da superare quella specie di empasse in cui il design italiano sembra essersi imprigionato. In generale, si avverte la necessità di forme di sostegno che possano in qualche modo supportare i designer anche dopo la fine dell’università, perché certe domande e problematiche emergono solo in un secondo momento, quando ci si relaziona con il mercato. Il punto dunque è capire come avvicinare la formazione al mondo del lavoro senza riprodurne le dinamiche più “pericolose’’, come ad esempio il realizzare progetti non pagati per enti esterni alla scuola, e senza soffocare la speculazione e un tipo di progettazione più concettuale, sociale e politica, che spesso trova spazio solo all’interno di un’istituzione formativa.

4. Perché la condizione lavorativa del designer e le problematiche incontrate secondo voi dovrebbe essere differente da quella vissuta da qualunque altro giovane professionista nel 2013?
L’inchiesta non è stata lanciata con l’intento di dimostrare l’eccezionalità della situazione precaria vissuta dai designer, al contrario, il progetto è nato anche dalla voglia di allargare il confronto a chi prova a destreggiarsi nella complessità della situazione attuale, per capire punti in comune e differenze, così da costruire insieme nuovi orizzonti di lavoro e di vita. Abitiamo un momento storico in cui la produzione pare diventare sempre più immateriale e come designer ci sentiamo molto vicini a tutti i lavoratori e lavoratrici della conoscenza (ricercatori, traduttori, scrittori, redattori, curatori, registi, eccetera eccetera). Ma per molti aspetti, che hanno come punto in comune non solo l’instabilità lavorativa ma anche quella esistenziale, ci riteniamo simili anche ad altre tipologie di lavoratori precari, come camerieri, centralinisti, facchini.
In questo senso, il ritratto del “designer tipo” delineato dall’inchiesta cozza con la versione patinata proposta dai media e diffusa nell’immaginario comune. Pare quasi che – per una sorta di deformazione professionale- tendiamo a progettare mondi talmente perfetti e “lisci” da non riuscire poi, come designer precari, a trovarvi posto. La Designers’ Inquiry ci ha permesso di portare a galla queste contraddizioni, aprendo un interrogativo: come fare design in modo diverso, progettando per un mondo che corrisponde alla realtà segnata dalla crisi piuttosto che alle immagini patinate propagate dai media?

5. Dai risultati raccolti emerge un quadro abbastanza critico e problematico. Avete raccolto delle proposte che vi sembrino interessanti per proteggere, promuovere, trasformare il mestiere di chi si considera designer in Italia oggi?
Attraverso il questionario volevamo soprattutto creare una consapevolezza diffusa circa le dinamiche che quotidianamente affrontiamo, per capire quali fossero i ‘punti sensibili’ su cui poter agire concretamente in seguito. Come prima azione ci stiamo mettendo in relazione con altri studenti, designer e lavoratori cognitivi/creativi, così da tematizzare le problematiche comuni senza considerarle debolezze o incapacità personali, ma piuttosto elementi sistemici che ci attraversano. Tramite workshop, dibattiti e tavole rotonde vorremmo coinvolgere università, collettivi e organizzazioni nell’elaborazione condivisa di strumenti d’azione.

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